Intervista a Maria Claudia Loi, sorella di Emanuela
Se pensa a Emanuela, cosa le viene in mente?
Secondo lei, cosa ha spinto Emanuela a scegliere quel lavoro nonostante i rischi?
Inizialmente la sua aspirazione non era fare quel lavoro, cioè la poliziotta, ma diventare una maestra. Si è infatti diplomata all'Istituto magistrale. È venuta in contatto per la prima volta con questo mondo per caso, per farmi compagnia. Mi ha accompagnata al concorso di Polizia, facendo anche lei domanda. Alla fine ha addirittura preso un voto molto più alto del mio ed è stata chiamata subito per il corso. Io, invece, che avevo appena raggiunto la sufficienza, ero in attesa che mi chiamassero. Una volta assunta, è andata a lavorare a Palermo, dove è rimasta perché le piaceva tantissimo. Il primo anno di lavoro a Palermo avevamo fatto insieme anche il concorso per l'insegnamento, che superò senza problemi. Ormai però aveva capito qual era la sua vera passione e continuò con il lavoro in polizia.
Come ha reagito la vostra famiglia alla notizia che Emanuela era entrata nella scorta?
Per i primi due anni, a Palermo, non faceva ancora parte delle scorte, ma di un commissariato che tuttora si chiama il ‘Commissariato Libertà’, nome dato dalla Via Libertà. Faceva servizi come piantonamento, per esempio all'attuale casa del presidente Mattarella, in seguito alla morte del fratello Piersanti. Dopo la strage di Capaci era entrata a far parte dell'ufficio scorte. Noi naturalmente eravamo molto preoccupati, sapevamo cosa voleva dire essere parte di quell'ufficio, soprattutto in un momento così delicato. Lei a noi diceva di non preoccuparci perché scortava persone ‘non a rischio’. Non diceva la verità per tranquillizzarci.
Secondo lei, cosa motivava Emanuela a continuare un lavoro così pericoloso, anche conoscendo i rischi?
Sicuramente il fatto che nel suo piccolo stava facendo qualcosa di grande per tutti noi.
Lei ad oggi, dopo tanti anni, sente che sia stata fatta giustizia?
Ormai sono passati 33 anni e ancora la verità purtroppo non è emersa. Hanno arrestato la manovalanza, ma tuttora stanno facendo dei processi. Noi familiari siamo positivi e speriamo che un giorno sarà fatta giustizia. Attendiamo con fiducia.
Trova che siano stati fatti dei progressi, quindi, nel far luce sulle responsabilità nel corso di questi processi?
Sì, sono stati fatti dei progressi. Hanno anche catturato quel boss, di cui mi fa male solo pronunciare il nome. Ancora, però, non si sa chi sono i responsabili di queste stragi e da chi sono partite.
Avete fiducia che sarà fatta piena luce su quello che è accaduto?
Sì, certamente! Noi abbiamo sempre avuto tanta fiducia e siamo sicuri che un giorno o l'altro questi colpevoli saranno presi.
Che messaggio vuole lasciare ai giovani per il futuro?
Il messaggio più importante è che tutti dobbiamo fare la nostra parte. L'insegnamento che ci ha lasciato mia sorella, secondo me, è che non bisogna mai tirarsi indietro di fronte alle difficoltà, ma fare la propria parte con impegno e responsabilità.
Si è imbattuta, nel suo lavoro per la testimonianza, in esempi virtuosi di persone che si sono unite per contrastare la mafia e l'ingiustizia? Da quali associazioni è stata particolarmente colpita?
Posso sicuramente dire che l'associazione che ci è stata più vicina è quella di don Ciotti, l'associazione Libera. È questa, a mio avviso, la realtà che più si sta impegnando per contrastare e debellare la mafia.
Secondo lei, l'Italia fa abbastanza attività e scelte per ricordare quanto è pericolosa la mafia, anche se essa nell’opinione comune può sembrare un argomento lontano?
Sì, secondo me si fa tanto. Vengono organizzati tanti eventi, incontri e non solo con me, ma anche con tutti gli altri familiari. Il 21 marzo è la giornata della memoria in cui si ricordano tutte le vittime della mafia, ogni anno in un posto diverso (quest’anno dovrebbe essere a Torino). È organizzata dall'associazione Libera di Don Luigi Ciotti. Si tratta di un segnale molto positivo per tutta l'Italia ed è giusto che le scuole promuovano queste iniziative di legalità. Anche il percorso che avete realizzato voi ragazzi è molto importante, perché è giusto che i giovani si informino su queste tematiche.
Lei, da familiare della vittima, si è mai sentita in pericolo o le è mai capitato di aver subito in qualche modo minacce da parte di qualcuno che cercasse di ostacolarla nel suo percorso alla ricerca della verità?
Posso rispondere che non mi sono mai sentita in pericolo. Io giro in tutta l'Italia, vado nelle scuole, parlo della storia di mia sorella, non solo per fare memoria, ma anche per scuotere le vostre coscienze, per fare in modo che queste cose non accadano più e per far nascere in voi dei sentimenti di legalità. Giro tutte le scuole, ma non mi sono mai sentita in pericolo. E se anche so che il pericolo c’è, io vado avanti, vado e parlo sempre della storia, la storia di mia sorella. Vado avanti senza nessun timore.
Parlare alle scuole e ricordare attivamente la memoria di sua sorella è stato difficile, soprattutto all’inizio? Ci è riuscita subito o c’è voluto del tempo prima di arrivare a parlarne?
Sicuramente all’inizio c’è voluto un po’. Ogni volta che parlo di mia sorella per me è un grande sforzo, però lo faccio con piacere. A dire la verità, parlare di lei non mi fa impressione, perché, quando ne parlo, la vedo sempre vicino a me con quel suo sorriso solare, che mi dà forza e mi dice di andare avanti sempre, di continuare a fare ciò che faccio per le nuove generazioni. Quando vado nelle scuole e parlo di lei, è sempre a fianco a me. Tra l’altro, io ho seguito le orme di mio padre, che, subito dopo la strage, incontrava gli studenti e parlava di Emanuela perché credeva che in quel momento fosse l’unica cosa che potesse renderle davvero giustizia. Lui l'ha fatto per cinque anni, nonostante non stesse bene, per l’amore di sua figlia. Mio padre poi si è consumato piano piano e dopo cinque anni, nel 1997, ci ha lasciati. Dopo la sua morte, mia madre ed io abbiamo continuato il suo percorso. Adesso anche la mia mamma è venuta a mancare ed io sono rimasta con mia sorella, con mio fratello e mia nipote. Ho una nipote, figlia di mio fratello, che si chiama proprio Emanuela Loi. Mia sorella è volata in cielo a luglio e a novembre è nata mia nipote; per questo motivo hanno scelto di chiamarla così, in suo ricordo. Lei si è diplomata al liceo scientifico e, quando è uscito il concorso, ha fatto la selezione e l'hanno presa. Ha lavorato tre anni a Milano e da un anno e mezzo l'hanno trasferita qui in Sardegna, dove adesso lavora in tribunale. Insomma, la mafia ha cercato di intimidirci, di metterci a tacere e con noi ha ottenuto proprio l'effetto opposto. Forse davvero il messaggio che ci lascia Emanuela è quello di non stare zitti: parliamo, non restiamo indifferenti e non voltiamoci mai dall'altra parte!
Cosa ne pensa del progetto che abbiamo realizzato insieme all’amministrazione comunale?
Io sono molto contenta di questo progetto che avete realizzato; è un segno positivo, che rimarrà per sempre. Ricordate che lo avete fatto per noi, per voi, ma anche per tutta la comunità. Grazie!





